Il congresso del PD sia una festa di Democrazia PDF Stampa
IL CONGRESSO DEL PD SIA UNA FESTA DI DEMOCRAZIA
di Gero Grassi – Vicepresidente Commissione Affari Sociali Camera Deputati
 
 
 
            Il Congresso del PD si avvicina.
            Fuori dalla luce distorta della politica gridata, intendo svolgere alcune riflessioni, quasi in modo schematico. Certamente con cuore e passione, che sono, per quanto mi riguarda, gli elementi che mi spingono da anni all’impegno politico.
            Nella storia dei partiti politici della democrazia italiana, i Congressi “seri”, quando non improntati al culto del Capo e di un falso unanimismo, sono stati sempre festa di democrazia e di civiltà, oltre che elaborazione politica e progettuale.
            Il Congresso è il luogo dove, attraverso un lungo percorso di democrazia che parte dal basso, diverse persone e diverse opinioni si confrontano per arricchire la proposta del Partito. Il Congresso elegge democraticamente una classe dirigente che si assume l’onere e l’onore di guidare il partito per un certo periodo di tempo, sapendo che il partito non è di proprietà dei vincitori del congresso, ma di tutti.
            Con l’avvento in politica di Berlusconi i Congressi hanno mutato fisionomia. Sono diventati la incoronazione del leader. Questa malattia ha colpito anche i partiti del centrosinistra e penso, per esempio, con spirito di autocritica, alla poco seria disputa Prodi-Bertinotti nelle primarie del 2005. Penso anche ai tanti nodi e ai tanti problemi che hanno creato le anomale primarie in cui Veltroni fu scelto come leader del PD portando son sé, dopo l’elezione, tutte le cause che poi ne hanno sancito le dimissioni.
            Noi del PD abbiamo avviato il Congresso che si basa su uno Statuto, approvato unanimemente, che prevede la elezione del Segretario, dopo un percorso abbastanza contorto, che si conclude con il voto dei cittadini tutti e non degli iscritti.
            Il Congresso si fa giustamente con lo Statuto vigente che poi si cambierà nella parte demagogica e populista. Ovviamente non si cambia lo Statuto in corsa perché questo è solo dei partiti personali.
            Non condivido affatto i pianti, le lacrime e gli strilli di quanti hanno chiesto lo slittamento del Congresso, pena l’autodistruzione del PD. Qui va rimarcato che il nostro PD, pur nelle sue difficoltà e debolezze, ha uno Statuto democratico ed elegge i propri organi democraticamente (forse troppo), a differenza di quanti invece, nel PDL, ricorrono ad investiture molto personali ed a congressi finti.
            Dario Franceschini e Pierluigi Bersani sono persone troppo intelligenti per non sapere che il Congresso va gestito, guidato e vissuto come festa di democrazia e non come conta personale. Sanno bene che nessuno può giocare allo sfascio.
            La classe dirigente del PD sa bene che il Congresso deve terminare con una proposta politica
inclusiva verso quanti perderanno il Congresso stesso.
            Il Congresso deve servire a definire un modo di essere partito, un modo di interpretare i bisogni reali dei cittadini, una linea politica che riporti al Governo del paese i riformisti.
            Dal Congresso deve uscire una ipotesi di speranza, di futuro, di progettualità. Deve venir fuori l’Italia dei prossimi vent’anni, non il ripiegamento sui mali, sugli errori e sui problemi dell’Italia di ieri, né tantomeno la riproposizione di duelli che hanno appassionato alcuni dei partiti di provenienza di ognuno di noi. Il Congresso lo dobbiamo svolgere all’insegna dell’Italia dei nostri figli, non pensando a quella dei nostri padri.
            Il Congresso deve chiarire che noi vogliamo un PD democratico che non ha padroni. Vogliamo un PD nel quale diverse culture riformiste siano in grado di mescolarsi e di elaborare una proposta politica.
            Alcuni interrogativi tutti interni al partito cui dare risposte: quale il ruolo del Circolo? Quale il ruolo dei soci? Quale rapporto tra soci, dirigenti e società? Quale collaborazione tra eletti e partito? Quale ruolo tra Amministratori e Partito e quali compiti differenziati? Come si sceglie la classe dirigente?
            Altri interrogativi esterni: come dare una risposta seria all’ondata di populismo e demagogia che spesso diventano nella Pubblica Amministrazione la esaltazione degli eletti e la mortificazione dei soci-cittadini? Come evitare cesarismi di varia natura? Quale equilibrio tra Sindaci, Presidenti di Provincia e Presidenti di Regione e partito? Quale legge elettorale, quale sistema di coalizione?
            Ed ancora: quale risposta alla crisi dei valori che stravolge la società italiana oppure come conciliare i diversi interessi tra il nord che aspira ad una ulteriore competitività mondiale ed il sud che spesso arranca sulla ordinaria amministrazione.
            Quale sicurezza vogliono gli italiani? Quelle delle ronde o quella di uno Stato che attraverso le forze dell’ordine previene, reprime e punisce?
            Quale modello di sanità o di welfare garantire agli italiani? Oppure quale scuola garantire a tutti? Certamente non quella che ognuno può permettersi.
            Quale Stato ricostruire? Uno Stato nel quale chi può fa all’insegna del’egoismo o dello sfrenato liberismo, oppure uno Stato che premia il merito, garantisce il bisogno, aiuta una redistribuzione delle risorse verso quanti spesso vivono ai margini della società o spesso ne sono esclusi?
            Quale Italia in quale Europa? Certamente non l’Europa delle banche o dei mercati, ma una Europa dei Popoli.
            Quale rapporto con alcuni beni primari: di chi è l’acqua? Non in Italia, ma nel mondo. Perché l’uomo va sulla luna, costruisce sistemi altamente sofisticati, produce macchine potentissime e non è capace di trasportare l’acqua verso le zone sprovviste del mondo?
            Può uno Stato continuare a costruire e produrre armi, oppure va avviata una riconversione mondiale del mercato delle armi con sanzioni pesanti verso quegli Stati che continuano la produzione?
            Come evitare la fuga dai paesi poveri? Con le espulsioni, oppure con una politica reale di sviluppo e di crescita guidata di quelle nazioni, definite terzo mondo, che vanno messe in condizioni di crescere, svilupparsi ed essere autonome?
            Quale risposta alla fame nel mondo?
            Quale risposta agli egoismi delle nazioni cosiddette civili?
            Sono tutti interrogativi cui un partito serio e riformista quale il PD deve dare risposte.
            Senza alcuna presunzione, senza alcuna autoreferenzialità, senza alcun principio di autosufficienza. Consci dei propri valori e della enorme rappresentatività elettorale, ma sapendo che, come scriveva. Aldo Moro durante la Seconda Guerra Mondiale, “Ogni persona è un universo”.
            A questo serve il Congresso di un partito che vuole guidare l’Italia. Non alla conta o alle rivalse personali tra opposte fazioni.
            Io sono certo che il Congresso del PD sarà futuro, sarà speranza, sarà rinnovamento vero.
            Sono fiducioso che sarà dialettica e, come nelle migliori tradizioni dei partiti italiani, finirà con una classe dirigente vincitrice, un Segretario eletto ed una minoranza consapevole del proprio ruolo e della propria funzione insostituibile di stimolo, verifica, controllo, democrazia.
            Quale che sia la posizione nella quale ci si confronta, qualcosa rimane di noi negli altri e degli altri in noi. Valeva nel 1977 quando c’erano DC e PCI, vale maggiormente oggi all’interno dello stesso Partito.
            Certo da oggi a fine ottobre sarà Congresso, forse anche lungo e dialetticamente aspro. Sono i tempi ed i ruoli della democrazia. Il giorno dopo si ricomincia. Tutti insieme: maggioranza e minoranza. Non solo perché il partito è di tutti, ma soprattutto perché l’Italia ed i cittadini aspirano alla organizzazione del futuro e della speranza. E questo può farlo un partito consapevole della posta in gioco e della sua funzione insostituibile di democrazia e di proposta che contiene e svolge.
           
 
 

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