Assisi 2008 - Relazione dell'on. Fioroni PDF Stampa
Cari amici,
torniamo ad Assisi dopo un anno, più consapevoli delle nostre responsabilità e più impegnati a fornire risposte adeguate e coerenti con le nostre ragioni politiche.
Permettetemi di dire che sarebbe incomprensibile che proprio all’inizio dei nostri lavori non riconoscessi, io per primo, la generosità e l’abnegazione dei tanti amici che hanno reso possibile questo incontro di riflessione e di approfondimento, dando a ognuno di noi l’opportunità di sentirsi parte di una famiglia più grande. A tutti rivolgo un saluto particolare, ma ancora più sentito e cordiale è il saluto che voglio dare a chi ci ha seguito in questo tempo con tutta l’attenzione possibile e la fiducia necessaria: l’amico Franco Marini che sarà con noi domani.

Agli ospiti che ci onorano della loro presenza, ai giornalisti della carta stampata e della televisione, a coloro che hanno aderito al nostro invito e si sono resi disponibili ad arricchire il dibattito di queste giornate, ai relatori previsti in programma e a quanti hanno preannunciato il loro gradito intervento, ai nostri Parlamentari e ai nostri amministratori locali, così numerosi e così apprezzati nel loro lavoro, alle donne e ai giovani che ci seguono e ci pungolano nel loro desiderio di rinnovamento: a tutti voglio esprimere la mia personale gratitudine e quella dell’intero gruppo di amici e collaboratori che porta sulle proprie spalle il lavoro di tessitura e di organizzazione delle nostre fila dentro la vicenda avvincente del Partito democratico. Spero, anzi ne sono convinto, che Assisi potrà far sentire a casa propria tutti i democratici e le democratiche iniziando dal nostro segretario Walter Veltroni con il quale, insieme a Dario Franceschini, fin dall’inizio abbiamo avuto una piena e leale condivisione delle scelte fondamentali portate avanti dal 14 ottobre ad oggi. E’ il nostro costume, amiamo costruire e non distruggere!
Siamo leali alleati di Veltroni: con lui condividiamo la costruzione del partito e in questa alleanza abbiamo portato i nostri principi. E’ proprio per questo noi abbiamo una sola identità e appartenenza che è quella al Pd e un solo riferimento culturale che è quello del cattolicesimo democratico e del popolarismo di questo Paese.
Non voglio sfuggire a una doverosa precisazione: non siamo qui a celebrare i riti di una corrente, magari nello stile vecchio di un tempo. Siamo qui per spogliarci delle nostre ambizioni ristrette e per mostrare al contrario la volontà di poter contribuire, con la passione delle idee e la voce della speranza, alla formazione di quell’unica ambizione importante che s’incarna nei destini di un Partito in cui si collocano e si rinnovano lo spirito, la cultura, la tensione del riformismo italiano di matrice democratica e popolare.
E’ un convegno che non parla di noi, ma di quello che noi possiamo mettere al servizio della battaglia dei democratici e soprattutto al servizio dell’interesse generale del nostro Paese. Sta qui il proposito che amalgama tutti noi, la ferma intenzione di compiere il nostro dovere. Provo a dirlo con semplicità: ci muove la convinzione che in un momento come quello attuale, segnato da non poche difficoltà, non serva coltivare al chiuso e in silenzio le proprie certezze. E’ meglio, perché più onesto e fecondo, rompere gli schemi e alimentare forme nuove di coinvolgimento e dialogo.
Cari amici, una volta era d’obbligo iniziare un discorso con l’immediato ancoraggio alla propria identità. Oggi pensiamo di poterne fare a meno, accettando in questo modo l’azzardo del nostro tempo post-ideologico. Però niente ci esime dall’esser fedeli anche ora - e se ne avverte il bisogno - a principi e valori fondativi del nostro percorso politico. In questo senso riteniamo che non possa e non debba esistere una distinzione all’interno del Partito democratico. Tutti abbiamo la necessità di fondere nel crogiuolo della competizione politica le peculiarità interessanti e vitali per il disegno di una politica nuova.
Noi abbiamo aperto una fase nuova quando a conclusione di un lungo ciclo ci siamo trovati di fronte alla esigenza di abbandonare l’involucro della cosiddetta “politica d’ispirazione cristiana”. Forti dell’insegnamento del Concilio Vaticano II e ben saldi nel perimetro della migliore tradizione del cattolicesimo democratico, ci siamo disposti a intrecciare i fili della nostra sensibilità e vocazione con quella di altri soggetti, eredi insieme a noi della complessa e spesso complicata realtà storica del riformismo democratico italiano. Non ci ha guidato l’astuzia e il desiderio di una qualche forma di sopravvivenza: per fare questo avremmo potuto acconsentire a una delle tante espressioni di trasformismo che da quindici anni segnano il panorama della politica italiana. Sapevamo di pagare un prezzo alto, ma al tempo stesso sapevamo di avere una sola incombenza: quella di essere protagonisti del cambiamento, da democratici e da cristiani, nel solco di una visione di progresso e di libertà.
Potremmo citare i nostri maestri. Sicuramente potremmo spiegare le ragioni della loro attualità in questa contingenza politica. Essi testimoniano la forza di una originalissima e ancora integra posizione ideale. Preferiamo tuttavia che le citazioni non svolgano una funzione contraria, sfibrando le potenzialità dei nostri “mondi vitali”. Quel che ci compete è di promuovere il contenuto di una grande lezione politica e culturale, come quella ereditata da Achille Ardigò e Leopoldo Elia scomparsi recentemente, piuttosto che ripetere il formulario che ne accompagna lo svolgimento e la rappresentazione.
Verrà anche il tempo - ne sono sicuro - in cui si presenterà l’urgenza di riproporre nel Pd connessioni e referenze assai più stringenti. Se faremo bene ciò che dobbiamo, quel tempo non tarderà a venire.
Intanto riprende corpo la discussione sui rapporti tra religione e politica. C’è quasi una rincorsa a prendere posto, o meglio ad occupare la casella giusta, in questo contesto che implica e stabilisce una speciale considerazione sul ruolo della Chiesa in Italia. Gran parte del confronto sembra comunque viziato da una preoccupazione di ordine tattico, come se il problema principale fosse quello di rintracciare il filo di Arianna nel labirinto delle tante istanze che affollano, separatamente e congiuntamente, l’universo della gerarchia e del laicato. Il risultato per ora è scarso, avendo sempre più la Chiesa una chiara percezione dell’indebolimento dei vari interlocutori istituzionali e dunque avvertendo la responsabilità pastorale di “essere presente” in forma diretta. E’ qui che si registra lo stallo: al protagonismo dei Vescovi non corrisponde il protagonismo dei laici. Essi sono figure di una scena che assume da altri il dinamismo necessario, persino la legittimazione del caso per caso.
Non possiamo nasconderci che dietro le più recenti manifestazioni d’interesse per il ruolo pubblico della religione agisca un’intelligenza di tipo machiavellico, tutta rinchiusa nell’alfa ed omega della convenienza, degli equilibri, delle compatibilità dell’ordinamento politico. Anche noi, intendo dire il centrosinistra, pecchiamo di riduzionismo. Quando il Papa annuncia una parola di pace o sollecita un di più di solidarietà e di rispetto per i poveri di questa terra, ci predisponiamo spontaneamente a fare gli elogi più convinti e appassionati. Diversamente, quando lo stesso Pontefice richiama la comunità civile e le istituzioni a prevenire lo spettro di un freddo dominio della tecnica e della scienza, vuoi perché si discute del testamento di fine vita o vuoi perché ci si interroga sulle possibilità di manipolare l’embrione, ecco che insorge una reazione pregiudiziale, e a suo modo ideologica contro le presunte ingerenze della Chiesa. E’ del tutto evidente che in questo squilibrio di atteggiamenti, ora entusiastici ora ipercritici, si annida la debolezza di una linea che resta comunque espressiva- noi lo vogliamo dire con molta forza- di un umanesimo impregnato di solide motivazioni etiche e religiose.
Non possiamo lasciare tutto lo spazio al disinvolto “apostolato” dei nostri avversari, più che altro interessati a surrogare la speranza cristiana con uno scampolo di religione civile e a ricercare in alcuni casi una tutela vagamente sacrale alla domanda, oggi cruciale, di sicurezza e stabilità. Limitarsi ad estrarre dai sondaggi la formale aderenza del voto dei credenti (praticanti o solo osservanti) agli orientamenti di massima dell’elettorato, è una maniera angusta di affrontare il tema della nuova questione cattolica. Significa, in altri termini, assuefarsi all’idea che la seduzione rappresentata dalla proposta di Berlusconi – un mix di modernizzazione e populismo - non debba scontare mai la riluttanza della coscienza cristiana contemporanea.
Noi dobbiamo guardare alle tendenze di fondo perché sarebbe poco lungimirante ignorare l’accumulo di esperienze e convincimenti ideali, che fa del popolo dei credenti una realtà in marcia verso una mèta di maggiore giustizia. E’ un popolo che di fronte alle spinte egoistiche si pone, per larga parte, in posizione di limpido distacco critico. In sostanza, mentre si accresce il pericolo di disunione, i cattolici danno dimostrazione di volere un’Italia più solidale e coesa. Grazie alla loro resistenza, la coscienza profonda del Paese può ancora far fronte alle tante minacce di disgregazione interna.
Tutt’altro approccio troviamo da parte del governo rispetto ad alcuni temi drammatici con i quali il Paese si sta confrontando. Uno fra tutti quello dell’intolleranza e del riemergere di rigurgiti di razzismo. Per far fronte a queste emergenze l’esecutivo ha scelto solo la strada muscolare e decisionista che trova nella paura dei cittadini l’humus perfetto scambiando gli effetti con le cause e sostituendo la scelta di pochi capri espiatori all’individuazione delle molte e più complesse cause. Salvo poi scoprire che, quando la realtà si vendica sulle illusioni, le conseguenze sono fatali. E si tratta di risvegli bruschi, come quello avvenuto sull’immigrazione a Castelvolturno ma anche - mostrando un’altra faccia della medaglia - a Milano, dove ragazzi immigrati di seconda generazione, di colore ma italiani, abitanti nel quartiere Baggio piuttosto che in Brianza, sono scesi in piazza a manifestare dopo l’uccisione a sprangate di Abdul ma hanno anche gridato “bianchi vi odiamo”.
Lo stesso potremmo dire per il tema della sicurezza. Nessun esercito potrà mai, da solo, combattere la perdita della bussola dei valori condivisi, nessuno spiegamento di forze potrà mai riallacciare il filo del tessuto sociale lacerato. Ripeteva spesso Giovanni Falcone che per sconfiggere la mafia sarebbe stato necessario un esercito sì, ma di maestri delle scuole elementari. Eppure si continua a raddoppiare l’esercito in strada e a dimezzare i maestri nelle aule.
Il Partito democratico ha l’onere di rendere visibile il valore e il senso di questa enorme riserva morale della quale, più o meno consapevolmente, la nazione continua a valersi. Ecco perciò che interpretare questa dinamica vuole anche dire sottoporre alla pubblica opinione la necessità di tornare ad avere un’etica nell’agire quotidiano, una proposta etica che di fatto, nel sentire comune, è a forte valenza cristiana.
La politica non è la semplice continuità di un bisogno o di un interesse sociale, così come non è la proiezione immediata di un sentimento che attinge alla fonte della religiosità umana. E’ un salto, una dimensione diversa, uno spazio autonomo: per questo evocare una “politica cristiana” è intrinsecamente sbagliato.
La laicità non è un costo, ma un valore del nostro essere cristiani in politica. Come tutte le cose importanti va rispettata: il fatto stesso di viverla con ossessione è sbagliato. Non è un’arma da brandire contro la Chiesa, ma la giusta divisa per assumerci quelle responsabilità in assenza delle quali esse rischiano di finire impropriamente sulle spalle della gerarchia ecclesiastica.
L’invito per altro è anche rivolto a chi sfugge alla presa d’atto di una verità incontrovertibile, quella legata al ruolo di demistificazione degli assoluti ideologici – a destra e a sinistra - che nel Novecento si è tradotta e incarnata nella presenza politica dei cattolici dopo quasi mezzo secolo di astensionismo in pendenza del non expedit vaticano. Allora la laicizzazione della politica è passata attraverso il riconoscimento della sua autonomia e del suo limite. Da qui la legittimazione più alta di tanti sforzi a difesa della democrazia e della libertà del nostro Paese, da qui la necessità di perseguire con forza l’autonomia dai poteri forti e dai corpi intermedi.
Allo stesso tempo appare necessario accettare i limiti di qualsiasi azione politica, a cui non va attribuito un valore intrinsecamente salvifico: occorre infatti collocare l’agire politico nel giusto ambito, riconoscendo la sua necessità, ma senza attribuirgli un carattere “totalizzante”. Non solo: al doveroso riconoscimento dei limiti della politica si accompagna oggi l’esigenza di una “politica del limite”, soprattutto in riferimento ai vertiginosi sviluppi delle scienze e della tecnologia. La politica deve saper intervenire, realizzando i suoi compiti specifici di guidare, di regolamentare, di indirizzare, in questi ambiti spesso conflittuali: come i processi avviati dalla globalizzazione, anche quelli della modernizzazione devono essere governati.
L’antifascismo è alla base della Carta costituzionale. Una volta affermato il principio, tutto il resto è libera lotta politica. Quindi non si possono coltivare equivoci sul punto che segna storicamente il passaggio dalla dittatura alla democrazia, dal regime mussoliniano alle libertà repubblicane. Questo è l’orizzonte che abbraccia il nostro pluralismo sociale e politico. E spiace costatare che nel centrodestra permangano aree di sofferenza e di dubbio. Sostiene Berlusconi che non c’è nulla da chiarire e da aggiungere. E invece no. In ogni parte d’Europa i partiti di destra moderati e costituzionali non inglobano nelle loro maggioranze settori e personalità politiche dichiaratamente ambigui proprio sulla questione dell’antifascismo. Da noi è diverso, l’ambiguità sottile e concreta incide sull’autoidentificazione della destra italiana.
Non dobbiamo farci caso? Sono polemiche oziose mentre urgono altri e più seri problemi? No, si tratta di ciò che può garantire la tenuta del sistema democratico specie in una fase complicata e difficile come quella attuale. Nei giorni scorsi, un dirigente di lungo corso della Cdu, il ministro dell’Interno tedesco Wolfang Schaeuble, ha messo in guardia l’Europa dai rischi che possono discendere da una crisi economico-finanziaria molto insidiosa. La crisi del ’29, ha ricordato, suscitò paure e reazioni tali da portare Hitler al potere: oggi dovremmo stare attenti affinché non si profili all’orizzonte un’analoga deriva anti-istituzionale. Anche se confidiamo sulla capacità di governo delle autorità monetarie, il controllo sulla spirale di fallimenti bancari e recessione appare ogni giorno che passa un’impresa titanica. Forse i tedeschi sono troppo sensibili, ma se invocano prevenzione dovremmo almeno prestargli attenzione. Soprattutto dopo il voto in Austria e Baviera.
La tempesta finanziaria che viene dall’America si abbatte sul mondo intero. In questo contesto l’Europa sta dimostrando di essere munita di buone difese, avendo mantenuto più severi dispositivi di sorveglianza sulle operazioni di credito ad alto rischio. Ciò che svanisce, in questo frangente, è l’illusione che l’economia di carta possa sopravanzare l’economia reale; come pure svanisce altresì la fede assoluta nel mercato, l’idea che il capitalismo senza regole e senza vincoli possieda al proprio interno la forza di respingere gli eccessi e correggere le distorsioni emergenti. Alla resa dei conti, invece, scopriamo di essere sommersi da titoli spazzatura, affidamenti arbitrari, sovraesposizioni bancarie. Sotto accusa è il dogma del liberismo e della deregulation.
Le ragioni di questa crisi dei mercati finanziari mondiali non vanno ricercate solo nelle passività creditizie o nello stato di salute dell’economia reale: io credo che vadano ricercate in una società che ha perso la bussola etica e rimosso valori, sì, ma non quelli identificabili con l’indice Mibtel.
Anni di liberismo hanno issato il totem dell’avere, hanno fatto sostituire l’individuo alla persona, l’egoismo alla solidarietà, bandito dal lessico delle famiglie termini come sobrietà e rigore e istigato a vivere sopra le righe e sopra le proprie possibilità. Basta vedere l’impennata delle rateizzazioni scelte dalle famiglie per avere un quadro chiaro: negli ultimi mesi c’è stata una grandissima richiesta di cessione del quinto, complici i redditi sempre più bassi e le famiglie in difficoltà. Il 2007 si è concluso con un incremento dell’ 11.6% mentre nei primi tre mesi del 2008 la cifra erogata tramite cessione del quinto ha toccato un miliardo di euro.
Siamo stati noi ad educare le giovani generazioni non a cercare ciò di cui avevano bisogno ma alla spasmodica ricerca del superfluo.
Per uscirne non bastano conversioni improvvise sulla via di Damasco: occorre prima analizzare gli errori, ammettere le colpe e riaffermare un concetto che anche la politica non è riuscita a far affermare a pieno: il desiderio non è, di per sé, un diritto. Occorre una generale rieducazione al bene comune e una riconversione della politica da erogatrice di desideri a garante di diritti. La politica è infatti diventata strumento del perseguimento del desiderio e degli egoismi personali, una deriva alla quale dobbiamo avere il coraggio di opporci. La politica, quando è seria, riesce a ricollocare la soluzione dei bisogni particolari in una visione più ampia ed equa per tutti; Berlusconi ha accelerato la deriva degli appagamenti opportunistici e nella difesa della società non dei “liberi e forti” ma dei “furbi e potenti”.
Il Ministro Tremonti confessa il suo amore per il ritorno allo Stato interventista, quasi non avesse contribuito nel recente passato alla nascita del mito della “nuova destra” garante degli spiriti animali dell’imprenditoria e della finanza, nonché delle speciali aspirazioni “liberiste” del popolo delle partite IVA a muoversi tendenzialmente fuori dai confini delle norme e degli obblighi tributari. Ciò nondimeno, all’aggiornata visione del ministro fa seguito l’incoerenza dei provvedimenti governativi: è saltata, ad esempio, la divisione tra banche ed imprese, come pure la separazione tra credito ordinario e a lungo termine. Le lancette dell’orologio si spostano all’indietro, ripristinando lo status antecedente al crollo del ’29. Qualcosa evidentemente non quadra. Di qui il nostro giudizio sulle inadeguatezze dell’esecutivo.
Che una forza di opposizione critichi il governo è normale. Noi tuttavia lo critichiamo, questo governo, anzitutto per le troppe anomalie e i troppi inganni. Abbiamo fatto bene in campagna elettorale a incentrare il nostro messaggio sulla forza e la qualità del programma, accantonando la superficiale formula dell’antiberlusconismo. Dopo il voto siamo stati aperti al confronto e per qualche verso alla collaborazione, nel caso fosse emersa una linea di comune preoccupazione per le sorti del Paese. A queste aperture ha corrisposto una maggiore disinvoltura della maggioranza, uno sfoggio di padronanza e irritualità nell’azione del suo leader indiscusso. Se non è un attacco alla democrazia, a dir poco è un suo declassamento a formula residuale e noiosa nell’esercizio del potere.
Sembra una politica, quella attuale del governo, studiata come un format televisivo: nel palinsesto va in onda la sequenza delle emergenze in una spirale crescente di allarmi che aiutano l’audience. Tutto è emergenza: rifiuti, immigrazione, Rom, prostituzione… Ma più che risolvere le cause si additano i presunti responsabili, capri espiatori della situazione. La decisione salvifica, a prescindere dal merito, viene invocata a gran voce dai cittadini impauriti e insicuri ed il confronto con l’opposizione appare un lusso come tale appare anche il rispetto delle leggi e dei diritti umani e civili: il clima emergenziale fa sparire tutto il resto e, contemporaneamente, fa scadere progressivamente e silenziosamente la qualità della democrazia.
Su questo punto la pubblica opinione è distratta, apparentemente insensibile. Non per questo il Partito democratico deve abbandonare la critica.
Ogni volta che l’autoritarismo si è affacciato sulla scena politica italiana, esso si è fatto precedere dalla polemica sull’antiparlamentarismo. Oggi si respira la stessa atmosfera. Da quando si è insediato, il governo ha disconnesso la funzione d’indirizzo e controllo del Parlamento. Si procede a colpi di decretazione d’urgenza e voti di fiducia. Le Camere costituiscono, in pratica, la sede a cui il Gabinetto trasmette disposizioni normative con l’obbligo di ratifica, per giunta nei tempi prestabiliti. In nome della democrazia governante si arriva dunque a governanti senza più i freni, i limiti, i contrappesi della democrazia. E’ la governabilità berlusconiana.
Non è solo in gioco il prestigio e la funzione del Parlamento. La democrazia perde sostanza anche laddove si esprime la voce delle comunità locali. In questi anni, con responsabilità diffuse, sono state introdotte varie riforme nell’ordinamento degli enti locali e nei meccanismi di scelta dei vertici amministrativi, che hanno annichilito il ruolo delle assemblee elettive. Ciò vale sia per i grandi che i piccoli comuni, entrambi surrettiziamente dominati dalla logica degli esecutivi. Possiamo ignorare che si è andati ben al di là della lodevole preoccupazione per la stabilità e la funzionalità dei poteri locali? Anche in questo caso il Partito democratico deve riaprire un dibattito serio, ricordando alla classe dirigente del paese che secondo la legge sono le comunità, ordinate in comuni e province, ad essere autonome. E lo sono prima dello Stato e anche prima delle stesse istituzioni locali. Sicché nessuna volontà di razionalizzazione può spingersi fino al punto di alterare le procedure che stanno a presidio dell’autonomia e a tutela della primigenia condizione di libertà e democrazia.
Devo dire che sento nel federalismo di questo governo qualcosa di astratto e azzardato. Non c’è quel respiro che vive e si avverte nella previsione costituzionale di una Repubblica delle autonomie in cui nessun livello di governo spezza o deforma la linea della sussidiarietà e della cooperazione. Invece con il federalismo fiscale s’innesca una dinamica di subordinazione dei Comuni, posto che la perequazione delle risorse dovrebbe avere nella combinazione degli indirizzi dello Stato e delle Regioni il nuovo modello di esercizio. Eppure il Titolo V riserva questa funzione espressamente allo Stato, anzitutto in virtù del principio di pari ordinazione tra governi regionali ed enti territoriali, più in generale per la responsabilità di tutela a livello centrale dei diritti universali di cittadinanza.
Quel che approda in Parlamento è un testo non condivisibile.
L’oggetto della delega è vago, essendo vaghe le previsioni sui tributi da istituire come fonte di finanziamento delle diverse autonomie. Nel frattempo si destabilizza la finanza locale, smantellando l’Ici e restaurando la centralità dei trasferimenti erariali. E ancora una volta s’immagina di dar vita a questo gigantesco processo di riordino finanziario esautorando il Parlamento. Partendo dal fisco, si arriva alla confisca della funzione parlamentare.
C’è da chiarire un aspetto essenziale della linea del nostro partito. Come nel caso appena accennato, servono chiarezza d’impostazione e rigore. C’è invece un retaggio di cultura politica, fatta di generosità – poca - e radicalismo – molto -, che portano sovente a criticare le scelte della maggioranza non per l’errore che esse contengono, ma per il deficit di efficacia da cui sarebbero afflitte.
 L’alternativa pertanto non può ridursi mai, anche con il nostro sforzo, a un’intensificazione delle proposte altrui: se loro sono liberisti, noi lo dobbiamo essere di più; se predicano il federalismo, noi dobbiamo portare alle estreme conseguenze questo loro indirizzo; se disegnano la modernizzazione dello Stato e della democrazia, così come se parliamo della sicurezza, noi dobbiamo giocare con le stesse carte e gli stessi concetti, magari tentando di conquistare la palma dei migliori.
Non se ne abbiano a male alcuni amici ma il tema della sicurezza non può risolversi nel disquisire se le ronde padane vadano fatte con la mitraglietta o con il manganello: noi, su questo, saremo sempre perdenti perché c’è chi il manganello ce l’ha nel Dna.
A me questo approccio non convince, essendo l’opposizione libera di rimarcare il suo autonomo punto di vista. Ciò non significa respingere il dialogo sulla prospettiva delle riforme istituzionali. Benché i margini siano molto stretti, una forza politica responsabile deve porsi in atteggiamento di disponibilità nell’interesse della nazione. I dossier sono aperti da anni, un grande lavoro è stato svolto. In teoria si potrebbe riprendere il cammino interrotto, ma il realismo impone di osservare quali e quanti ostacoli si frappongano lungo la via. Primo fra tutti il forte impegno di Berlusconi per impedirlo.
Se però il dialogo dovesse comportare il passaggio a una prospettiva di bipartitismo e presidenzialismo, allora sarebbe meglio non provarci per nulla.
Una legge elettorale per le elezioni europee, con soglia di sbarramento al 5% senza preferenze, è una vergogna. Il problema non è fare le primarie per scegliere i nominati: il problema è ridare agli elettori la possibilità di scegliere, di sentirsi e di essere determinanti per la vita democratica del Paese.
Da parte della maggioranza si tende a cogliere fiore da fiore, senza esplicitare gli obiettivi di una strategia possibile. Intanto, però, si procede con le riforme che stanno maggiormente a cuore a Berlusconi.
Gli esempi non mancano. Sulla giustizia abbiamo assistito a uno strappo violento. E dopo il Lodo Alfano si prosegue da parte dell’esecutivo con altre iniziative legislative su cui è lecito esporre numerose riserve. Per altro, il Pd ha preso le distanze dal giustizialismo dell’insulto di altre componenti dell’opposizione: con Di Pietro siamo in disaccordo specialmente sul metodo. E più di una volta non solo sul metodo. Però, confermando una posizione antica, giudichiamo con severità l’attacco alla indipendenza della magistratura. Il tentativo di mettere il Pubblico Ministero sotto il controllo diretto del governo sconvolge il nostro ordinamento giudiziario e getta un’ombra sulla politica della giustizia di questa maggioranza, in particolare sulla maniacale battaglia del suo leader.
Noi siamo interessati a migliorare i rapporti del cittadino con la giustizia e non i rapporti di un cittadino con la giustizia, del cittadino Berlusconi!
Ho paura che non siano affatto interessati alla riforma della giustizia ma fin troppo interessati alla gestione dei magistrati e alla scrittura delle sentenze: io, da parte mia, preferisco essere giudicato dal peggiore dei giudici piuttosto che dal migliore degli avversari politici.
Sulla scuola, invece, per la prima volta in 60 anni di Repubblica si è messo in campo un progetto fatto solo con la calcolatrice e la mannaia, solo con cifre di bilancio e tagli sul futuro dei nostri figli.
E’ la prima volta che il ministro del Tesoro decide quale scuola occorra per i ragazzi e che, senza un progetto educativo di alcun tipo e proprio mentre è sotto gli occhi di tutti la gravità della nostra emergenza educativa, ci fa passare dalle discutibili ma comunque altisonanti “3 i” della Moratti alle più modeste 3i di una scuola inadeguata, impoverita, invecchiata. Con il maestro unico nella scuola primaria il taglio degli insegnanti, a regime, sarà di 53.000 unità: sono oltre 16 volte gli esuberi di Alitalia. Più che una riforma questo è un pignoramento. E hanno trasformato la scuola nella loro “bad company”.
Nessuno nega la necessità di interventi per migliorare la scuola ma noi vogliamo lavorare per una scuola di qualità per tutti. Abbiamo lasciato il Quaderno Bianco come strumento di partenza per bandire dalla scuola italiana l’improvvisazione e giungere ad una seria programmazione a 5, 10 e 15 anni. Avevamo dimostrato che è possibile realizzare un organico pluriennale della scuola e un organico funzionale per le autonome istituzioni scolastiche superando la datata distinzione tra organico di diritto e di fatto e avevamo dimostrato che si può estinguere il precariato in 5 anni lavorando ad un processo di razionalizzazione che elimini le vere furbizie e i veri sprechi, lavorando in rete con chi ha le competenze in merito: Comuni, Province, regioni e autonomie scolastiche, riducendo di mezzo punto il rapporto docente/alunni e aumentando davvero del 25% le classi a tempo pieno.
Abbiamo lasciato anche una bozza d’intesa con la regione Lombardia su come si possa attuare il Titolo V realizzando rapporti avanzati tra scuola, formazione professionale e mondo produttivo, riformando il sistema degli istituti tecnici e professionali e abbattendo la dispersione scolastica. Ne hanno fatto carta straccia.
Ma non è mai troppo tardi. Nell’interesse del Paese, speriamo ancora che siano disponibili a cambiare il testo in Senato.
Berlusconi non cambia. Da quando è sceso in campo, nell’ormai lontano 1994, continua a recitare la parte dell’uomo nuovo. E’ sempre l’imprenditore che all’occorrenza mette sotto tiro il “teatrino della politica”. E’ vero, ha costruito un’alleanza capace di vincere: però a quale prezzo? Vorrei fare un’annotazione. Se il Pd apre o stringe sulle primarie, nasce subito un caso. Nessuno s’interroga invece sulla “eccezionalità” del centrodestra che ha derubricato la questione della democrazia interna. Forza Italia non ha mai fatto un congresso, Alleanza nazionale e Lega hanno compiuto atti di mera simulazione. Leader e gruppi dirigenti sono intoccabili, a stento condizionati dalle incertezze nascoste nei riti di cooptazione. Il crisma di questa magniloquente anomalia è dentro l’investitura diretta da parte del popolo. Il resto, insomma, è solo un rigurgito di vecchia politica.
Si dice che il centrodestra vince perché c’è Berlusconi. Forse esiste anche un’altra verità: vince, per certi aspetti, nonostante Berlusconi. Possiamo credere infatti che tutti gli elettori che scelgono di votare per il Popolo delle libertà siano insensibili alla questione del conflitto d’interessi? Che trascurino i vizi della demagogia e del populismo insiti nel modo d’essere del berlusconismo? Che ignorino il carattere d’improvvisazione, specialmente in politica estera, che segna le iniziative del premier? Non possiamo crederlo.
E’ invece probabile che insorga nelle frange più moderate della società la convinzione che sia in qualche misura da preferire l’irregolarità di Berlusconi alla indeterminatezza del centrosinistra. Se vogliamo, la nascita del Partito democratico ha molto a che vedere con il riconoscimento di questa diffidenza dell’area intermedia dell’elettorato, quella per intenderci capace di far pendere da una parte o dall’altra l’ago della bilancia. Per questo abbiamo dato vita al Pd.
Il problema è che la novità del Partito democratico è giunta troppo a ridosso della competizione elettorale. In sostanza abbiamo pagato la precipitazione con la quale si è interrotta, in anticipo sulla scadenza naturale, la vita della legislatura. Abbiamo perso, ma la democrazia si è irrobustita per effetto della semplificazione. Ora l’alternativa, da un lato e dall’altro, può contemplare un grado più alto di coerenza e autenticità. Nessuno può negare che la conquista di tale obiettivo è prima di tutto merito nostro.
La proposta che abbiamo avanzato non è riuscita, dunque, a catturare i consensi necessari sul versante centrale dello schieramento politico. In questo segmento dell’elettorato ha prevalso l’idea, appunto, che nonostante Berlusconi il centrodestra fosse più adatto a governare l’Italia. Finché durerà questa convinzione, il Partito democratico stenterà a modificare gli equilibri così come oggi si sono sedimentati. In realtà dobbiamo capire che un partito che rompe con la sinistra radicale non guadagna automaticamente il favore degli elettori moderati. Il PD è un partito che accoglie le forze riformatrici del Paese: il suo compito è quello di collocarsi in modo unitario al centro degli interessi popolari e degli equilibri sociali e politici dell’Italia. E’ qui che si vince o si perde.
Un’altra ipotesi di lavoro consiste, in effetti, nel ribadire la fine delle vecchie distinzioni tra destra e sinistra, con ciò minando le basi di ogni ragionamento sul “centro”. Si tratta però di una ipotesi che non tiene conto della resistenza degli aggregati elettorali: sono finite le ideologie, ma sopravvivono comportamenti che ancora risentono delle divisioni per blocchi ed appartenenze. Non è razionale, pertanto, oscurare la realtà dei fatti e congetturare su prospettive infondate.
Un partito che interpreta, come ho detto, il centro, conserva la sua originalità e la sua sostanza politica. E’ un partito che scommette fondamentalmente sulla possibilità di trasformare e adeguare le istanze di cambiamento in una strategia vincente.
Per questo non si limita a prospettare l’alleanza con i centristi, nostri amici, dell’Udc, peraltro irrinunciabile. La diffidenza che è valsa finora potrebbe valere anche dopo, allorché gli elettori moderati dovessero percepire l’ambiguità e l’insufficienza del Partito democratico nel garantire una politica di equilibrio e ragionevolezza rivolta alla complessità e alla totalità della società italiana. Va detto in altre parole che un’alleanza con l’Udc, di cui s’intravvedono segnali promettenti a livello regionale e locale, è importante ma non è di per sé risolutiva. Può darsi benissimo che in assenza di motivazioni ideali e politiche, apparirebbe ancora inadeguata: non dobbiamo rischiare, cioè, di fare l’ennesimo, superficiale rimescolamento di carte, bensì proseguire nello sforzo di una costruzione del nostro nuovo soggetto politico, in grado di generare una profonda riarticolazione del sistema politico italiano, la più utile e la più adatta potenzialmente a sviluppare le condizioni per governare bene l’Italia negli anni a venire.
Cari amici, siamo dentro una scommessa importante. Questo partito che nessuno ci ha obbligato a fare, lo abbiamo fatto con entusiasmo e fiducia. Pensiamo che debba rappresentare il luogo in cui si realizza una partecipazione vera, con uomini e donne veri.
Per questo stiamo lavorando, per evitare che si inquinino le acque del nostro dibattito, invocando procedure sempre straordinarie. Il partito che noi vogliamo non è né lieve, né pesante: è semplicemente un partito. E’ lo strumento per decidere insieme, con il dibattito e con la critica, in spirito di servizio verso la comunità civile. Questa è l’idea che ci portiamo dietro e siamo certi che non debba essere abbandonata. Siamo nati con le primarie ma le primarie sono uno strumento, guai se diventassero un luogo comune o un “contificio”.
Le primarie sono lo strumento offerto al Pd per ampliare la propria libertà di proposta, di iniziativa e di progetto politico condividendole con cittadini ed elettori. Ma guai se lo strumento diventa il fine e guai se i nostri gruppi dirigenti sostituiscono la politica con i regolamenti e i regolamenti di conti. Così non si va da nessuna parte.
Il Pd ha un tasso di autocritica altissimo: bene, la critica è il sale della politica. Purché si abbia ben chiaro, però, l’oggetto della critica: guardando la nostra storia, e soprattutto le pagine dei giornali della nostra storia recente, ho però la sensazione che nel pacchetto ereditario ci stiamo tirando dietro anche le categorie critiche precedenti. Abbiamo voluto evitarci il Pantheon ma ci siamo tirati dietro le precedenti antinomie. E’ un lusso che non possiamo permetterci: il Pd deve avere una classe dirigente plurale riconosciuta per capacità e meriti che di volta in volta sceglie il miglior candidato per vincere.
Da luglio ad oggi ho girato per più di 50 Province: non ho trovato una base spaesata. L’ho trovata invece combattiva e determinata a fare: spaesata lo è, semmai, dagli atteggiamenti di un gruppo dirigente nazionale che ancora sconta il sentirsi orfano di funzioni e ruoli anche quando non occorrono.
Il termine più usato da tutti è quello di “rinnovamento” ma allora facciamo uno sforzo: evitare di pensare che il rinnovamento riguardi sempre e solo la platea che abbiamo di fronte e che il verbo rinnovare sia sempre transitivo e mai riflessivo. Tutti noi, per il rinnovamento, dobbiamo fare la nostra parte fino in fondo parlando di meno e operando di più.
La ricchezza di questo partito sta anche nella capacità di tenere insieme esperienze politiche e culture diverse che necessitano del rispetto della pluralità nei programmi, nei progetti e nella rappresentanza. Ledere questo principio può far venir meno la straordinaria capacità del nostro progetto politico e farci ricadere nella riedizione di esperienze già viste e vissute, tutte di segno perdente.
E’ vero, poi, che non se ne può più di riconoscersi solo per il ricordo di ciò che siamo stati. Ma, se vogliamo evitare che un partito che ha già un anno viva ancora di ricordi, occorre costruire insieme l’orgoglio di essere democratiche e democratici. Occorre costruire un comune sentire sui contenuti, avere una bussola condivisa di valori e di riferimenti che facciano finalmente declinare la nostra appartenenza al Pd con il verbo “essere”. Un partito post ideologico non può certo abiurare ai valori e neanche è pensabile che rinunci alla condivisione di ciò che genera appartenenza e soprattutto militanza. Ma per realizzare questo obiettivo occorre la fatica della politica che, in questo anno vissuto di corsa, qualcuno ha pensato di poter evitare ma che, con il tesseramento e con la conferenza programmatica dovremo colmare.
Avremo la tornata di amministrative ed europee, tutte e due cruciali. Speriamo che almeno stavolta nessuno si eserciti nello sport di fissare asticelle sotto le quali decapitare e decapitarsi.
Ma sappiamo bene che sono le elezioni amministrative quelle in cui vedremo la nostra capacità di mantenere la maggioranza nelle Autonomie locali. Lì non solo si gioca il radicamento sul territorio ma si legge anche la cartina di tornasole della nostra riscossa.
Attenzione, se andiamo in ordine sparso e se diamo ancora la sensazione di un esercito disordinato, allora il rischio diventa grande. Non si può dare una lezione di unità al centro e di divisione in periferia, recitando una parte a Roma e un’altra, ben diversa, nelle cento realtà territoriali. Troppo spesso mi accorgo che scattano a livello locale da parte di tutti atteggiamenti faziosi, irrispettosi della natura complessa e plurale del nostro partito. Questo è un punto molto delicato, anzi sensibilissimo, perché a seconda di come procediamo l’impresa comune avrà successo o rischierà di declinare. Io sono ottimista e credo che la nostra classe dirigente locale ce la farà anche con la nostra collaborazione.
Nelle amministrative le alleanze si faranno con tutti coloro che nella reciproca libertà ci rendono possibile realizzare il bene comune degli enti che siamo chiamati a governare. Rammentando che ci si allea per vincere e non per realizzare gioiose macchine da guerra che finiscono sempre, però, con una splendida ma funerea marcia.
E c’è un messaggio che dobbiamo indirizzare a dirigenti e ai militanti delle diverse formazioni alla nostra sinistra. Il culto della semplificazione non ci appartiene e quindi consideriamo un impoverimento della democrazia il fatto che in Parlamento sia assente la voce di partiti con i quali abbiamo collaborato. Cosa ci riserva il futuro? In via di principio dovremmo sperare in una ripresa del confronto e della collaborazione. Tuttavia sentiamo il dovere di precisare che senza un rinnovamento profondo di linea politica ogni progetto volto a ricostruire le condizioni di un’alleanza è destinato a naufragare nel nulla. Finora sono venuti segnali deboli, non sufficienti a rigenerare un clima di apertura e di consenso.
Avremo pazienza, ma non al punto di ricadere negli errori del passato: evidentemente ci sta molto a cuore la credibilità e la coerenza del Partito democratico.
Cosa vogliamo, un partito onnipresente e burocratico? No, vogliamo semmai per fare politica una struttura non effimera. La vogliamo al di fuori di uno schema pervasivo, convinti della necessità di salvaguardare l’autonomia e il pluralismo sociale. E’ la ragione per la quale restiamo sul giusto confine osservando il confronto tra Confindustria e organizzazioni sindacali. E’ importante che le parti sociali discutano, negozino e quindi si accordino. Sicuramente l‘Italia ha bisogno più che mai di sperimentare ciò che potremmo definire “il coraggio della collaborazione”.
Agli imprenditori chiediamo di concentrarsi sulla ricerca di nuove occasioni di sviluppo, ai rappresentanti dei lavoratori di muoversi con più flessibilità e intraprendenza. Come partito riformista non immaginiamo un sindacato subalterno alla politica, anzi ne difendiamo convintamente l’autonomia, anche quando contrasta con le esigenze imposte dalla dialettica tra governo e opposizione. E tuttavia il rinnovamento non si arresta sul portone della politica: un certo conservatorismo, frutto di ritardi ideologici, continua purtroppo a pesare su settori sindacali importanti. Per quanto ci riguarda preferiamo essere sfidati dal sindacato, piuttosto che averlo amico e alla resa dei conti averlo debole e impreparato di fronte agli attuali processi di cambiamento.
In piazza, il 25 ottobre, parleremo al Paese. A chi non sopporta la nostra presenza e ci vorrebbe in disarmo, dimostreremo la forza del nostro radicamento popolare.
Di fronte all’ennesima provocazione irresponsabile del presidente Berlusconi, unico premier dei Paesi occidentali a rifiutare la collaborazione ed il confronto con l’opposizione su una crisi così grave, il Partito Democratico ribadisce che è pronto a fare la propria parte come forza responsabile, lontana anni luce dalla politica del tanto peggio tanto meglio. Il 25 ottobre dimostreremo la nostra responsabilità e la nostra determinazione nel voler salvare l’Italia in maniera trasparente, chiara, con poche parole e molti fatti.
Ribadiremo che in questa situazione non basta solo risolvere il problema finanziario, pur importante, per gli istituti di credito e per i risparmiatori ma occorre, di fronte a una previsione per il 2009 di recessione, intervenire sull’economia reale per fare in modo che le famiglie e le imprese aumentino la ricchezza e i consumi ed il ricorso al debito solo per gli investimenti e non per i consumi, come avviene adesso.
Si dirà che così rispolveriamo una forma keynesiana emettendo debito pubblico: io credo che così si potrà dare ossigeno alle famiglie, alle imprese in difficoltà. In un periodo di crisi i soldi non possono non essere portati prioritariamente nei portafogli delle famiglie e dei piccoli risparmiatori.
In un momento buio della nostra storia i cattolici si riunirono a Camaldoli per tracciare le linee su cui poggiò la ricostruzione dell’Italia repubblicana. Oggi abbiamo bisogno di idee nuove per parlare a un’Italia impaurita e disillusa; in deficit di nascite, di servizi, d’infrasttrutture; bloccata nel dualismo tra nord e sud, preda di troppi egoismi; con famiglie deboli e tutele insufficienti; desiderosa di promuovere una nuova solidarietà e un nuovo stato sociale, ma frenata nelle sue capacità creative dal sovraccarico di timore e sfiducia. Ecco, dal momento che occorre ordinare questo insieme di suggestioni dovremmo tutti contribuire- ed è una proposta che raccolgo, semmai rilanciandola su un piano diverso, dai nostri amici del Movimento ecclesiale d’Impegno culturale (Meic) - a mettere mano a un nuovo Codice di Camaldoli.
Intanto l’emergenza morde ai polpacci. A nostro avviso si deve trovare la soluzione per invertire la rotta della sfiducia e del pessimismo. Abbiamo lanciato la proposta in questi mesi - e già lo avevamo detto in campagna elettorale - per ridurre l’incidenza del fisco sui salari e sugli stipendi. E’ indispensabile che la domanda riprenda vigore. Analogamente vanno aiutate le imprese, specie quelle capaci d’investire sull’innovazione. Ma soprattutto occorre aiutare le famiglie, concependo una tassazione più equilibrata a misura del reddito e dei componenti. Può essere questa la soluzione per reinventare un nuovo dinamismo della famiglia. Discutiamo subito, senza frapporre indugi. Vediamo se riusciamo a dare una scossa al Paese parlando alle famiglie, sostenendole concretamente e aiutandole a svolgere la loro insostituibile funzione sociale.
Ignorare questa nostra proposta da parte della maggioranza sarebbe un atteggiamento irresponsabile.
Ci verrà incontro il cambiamento che si annuncia in America? Il mondo è in attesa del 4 novembre. Intanto la tempesta non accenna a placarsi. L’Europa si muove, ma non con quella coesione da tanti auspicata. La crisi si avvita su se stessa a causa soprattutto di un sentimento collettivo di sfiducia. C’è una caduta di credibilità che impressiona, tanto da gettare benzina sul fuoco delle minacce di recessione. Come si fa a restituire la fiducia che manca? Fino a pochi mesi fa gli esperti ipotizzavano il petrolio a 200 dollari al barile, oggi sfiora appena i 90. Ancora un istante prima di fallire, la banca d’affari Lheman Brothers esibiva un rating nettamente superiore a quello dello Stato italiano. Si proclama nelle sedi ufficiali che la situazione è sotto controllo e poi, a distanza di poche ore, si assiste impotenti alla bancarotta. Questa in definitiva è una spirale perversa, molto insidiosa, che può essere bloccata solo attraverso la riaffermazione - come più volte detto in questa sede - di una politica forte e autorevole.
A chiusura di un memorabile discorso del 1951 ai giuristi cattolici, Giuseppe Dossetti citava un passaggio dell’Epistola ai Romani di San Paolo. Lo faceva per sottolineare con le parole dell’Apostolo quanto fosse necessario garantire il ruolo di quelli che definiva gli “operatori liturgici” - e cioè uomini dotati di assoluta credibilità agli occhi della società - per fondare la fiducia nei poteri e nell’azione dello Stato. Noi non sappiamo se avremo la forza di attingere a questa enorme sollecitazione, ma oggi qui ad Assisi prendiamo impegno a muoverci tutti insieme nel segno di una volontà così impegnativa ed esigente. Siamo orgogliosi di farlo e lo faremo da democratici e da popolari.
Vi ringrazio.
 

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