Interpellanza sul debito pubblico PDF Stampa
Interpellanza 

 
'Debito pubblico'

presentata dagli onorevoli Benamati, Fioroni, Rubinato, Ginoble, Grassi, Pedoto, Viola, Fogliardi, Sanga; Pepe
giovedì 12 aprile 2012, seduta n.620
 
I sottoscritti chiedono di interpellare il Presidente del Consiglio dei Ministri, il Ministro dell'economia e delle finanze, per sapere - premesso che:
 
la gravità della situazione e la rapidità degli interventi resisi necessari nel novembre-dicembre 2011, tesi ad intervenire in maniera urgentissima su una situazione della finanza pubblica al limite del collasso, non nascondono una questione fondamentale: il pareggio di bilancio nel 2013 è solo il primo dei passi necessari per uscire dall'attuale situazione di crisi ma non è affatto l'unico;

anche se il 2013 segnerà l'arresto nel percorso d'indebitamente pubblico il debito accumulato, che ha raggiunto a fine 2011 la cifra di 1935 miliardi, rimane il problema centrale e mette a rischio la stabilità del Paese. Il tema che ora si pone è di intervenire con rapidità sul debito adottando misure che non deprimano l'economia e garantiscano la coesione sociale;
 
è innegabile che una fase di sensibile crescita economica, unita ad adeguati interventi sulla spesa, sia indispensabile per permettere nel tempo una riduzione strutturale del debito. Al momento, però, questa congiuntura positiva non sembra prevedibile possa avviarsi, quasi sicuramente non nel corso presente anno;

i significativi interventi ad oggi in corso su alcuni temi cruciali, quali quelli delle liberalizzazioni del mercato, della sburocratizzazione e semplificazione normativa, della riforma del mercato del lavoro ed in prospettiva delle misure in termini di efficienza della giustizia e contro la corruzione, sono assai importanti ma dispiegheranno i loro positivi effetti solamente nel medio periodo;
 
in termini di finanza pubblica, al contrario, il peso delle misure adottate con i decreti-legge n. 78 del 2010 (convertito con modificazioni dalla legge 30 luglio 2010 n. 122), 98 del 2011 (convertito con modificazioni dalla legge 15 luglio 2011 n. 111) e n. 138 del 2011 (convertito con modificazioni dalla legge 14 settembre 2011 n. 148) ed in ultimo con il decreto-legge 201 del 2011 (convertito con modificazioni dalla legge 22 dicembre 2011 n. 214) stanno mostrando i loro effetti complessivi soprattutto in termini di aumento generale della pressione fiscale;

in termini numerici la pressione fiscale, così come stimata da Banca d'Italia, dovrebbe passare dal 42,3 per cento sul Prodotto interno lordo (PIL) del 2010 al 42,7 per cento del 2011 e dal 2012 si attesterebbe su valori intorno al 43,8 per cento non avendo incluso in questa stima, però, né gli eventuali effetti dell'attuazione della delega fiscale e assistenziale né i possibili maggiori prelievi fiscali che gli enti decentrati potrebbero disporre per compensare i tagli apportati con le manovre estive ai trasferimenti dallo Stato;
 
in sede di audizione parlamentare la relazione rilasciata dalla Corte dei conti sull'«Analisi annuale della crescita per il 2012» (documento 13 marzo 2012) indica nel 45 per cento il valore tendenziale della pressione fiscale negli anni successivi al 2012;

l'ufficio studi di Confcommercio, come altri istituti di ricerca privata, stimano una pressione fiscale «effettiva», al netto del contributo dell'economia sommersa sul PIL, assai maggiore;

a complemento di questo, sempre dati della Banca d'Italia, indicano che le tre manovre approdate nella seconda metà del 2011 determinano una correzione pari al 3 per cento del PIL nel 2012 e al 4,7 per cento in media l'anno, nel 2013 e nel 2014;
 
le conseguenze depressive delle manovre e le mediocri previsioni di crescita per la zona euro, non lasciano ipotizzare per l'Italia in un prossimo futuro un ciclo economico favorevole, mentre appaiono ancora incerte, nonostante il forte contributo italiano in questo settore, le decisioni europee su strumenti efficaci e di grande utilità quali gli «eurobond»;

prima ancora dei vincoli comunitari proprio la situazione del nostro Paese sui mercati, che nonostante il positivo lavoro svolto in questi ultimi quattro mesi rimane precaria, richiede un rapido intervento sul debito in modo da rendere esplicito il nostro impegno in questa direzione;

per ottenere risultati significativi sui mercati, aiutare la crescita e contenere il carico fiscale sarebbe importante che lo sforzo per il pareggio di bilancio non risultasse isolato ma accompagnato da un'azione di riduzione del debito;
 
con questa riduzione si potrebbe ottenere un primo diretto risparmio sulla spesa annuale per interessi, variabile in funzione dell'entità della riduzione, ed è assai probabile che si assisterebbe anche ad un risparmio indiretto nella spesa per interessi ove questa manovra provocasse un abbassamento dei tassi;

nel decreto-legge n. 201 del 2011, convertito con modificazioni dalla legge 22 dicembre 2011 n. 214, sono contenute prime misure di privatizzazione legate principalmente a beni immobili dello Stato;

da questo punto di vista sembra oggi utile, necessario e non rinviabile dedicare all'abbattimento del debito pubblico la dismissione di una frazione del patrimonio dello Stato operando dismissioni di immobili pubblici e privatizzazioni e cessioni di quote azionarie di aziende pubbliche;

in questo senso si muovono anche le osservazioni della Corte del conti che nel documento più sopra richiamato, in tema di risanamento e crescita, indica chiaramente come «...non si può, pertanto, rinunciare a ridurre lo stock del debito attraverso la cessione di quelle parti del patrimonio pubblico non funzionali allo svolgimento dei compiti essenziali delle amministrazione non soggetto a tutele artistiche e patrimoniali»;

per il patrimonio immobiliare pubblico stime effettuate da enti di ricerca privati sulla base dei bilanci dello Stato, delle amministrazioni pubbliche e degli enti locali indicano valori superiori ai 400 miliardi di euro, mentre altre analisi, ad esempio KPMG nel 2004, tendono a fornire cifre più elevate basandosi però su valutazioni con criteri di mercato oggi opinabili;

per quanto attiene alle aziende pubbliche la situazione appare complessa. Una prima stima delle partecipazioni dello Stato in grandi aziende ammonta a circa 100 miliardi, mentre più difficile da valutare, ma molto consistente, è l'entità delle partecipazioni degli enti locali nelle centinaia di aziende sparse sul territorio;

per quanto attiene alle aziende controllate o partecipate dalla Stato vi sono fra esse situazioni in cui vi è un interesse strategico nazionale ed altre, invece, che necessitano di ristrutturazioni societarie prima della eventuale collocazione sul mercato;
 
in ogni caso per la cessione di patrimonio, immobiliare quanto azionario, l'attuale situazione dei mercati pone problemi nella valorizzazione di questi «asset» ed occorre quindi adottare piani di privatizzazione mirati alle reali possibilità del mercato;
 
in queste condizioni appare realistico pensare ad un limitato, e credibile, piano di cessione pluriennale che permetta l'abbattimento di una quota significativa del debito evitando nel contempo consistenti perdite di valore nella fase di alienazione;

un risultato significativo che libererebbe risorse per le successive riduzioni del debito o per contribuire a politiche di investimento e di crescita prima fra tutte una riforma fiscale che alleggerisca il peso alle fasce più deboli dei contribuenti, alle famiglie ed alle imprese;

in alternativa alla diretta privatizzazione vi sono anche importanti proposte tese alla valorizzazione in funzione della riduzione del debito, delle proprietà delle Stato mediante la realizzazione di un «Fondo patrimoniale» in cui far confluire oltre alle proprietà immobiliari anche le azioni di imprese pubbliche possedute dal Tesoro, quotate e non, per la parte eccedente il loro controllo. Tale Fondo mediante l'assorbimento di titoli di debito pubblico potrebbe portare, secondo alcune stime dei proponenti, ad un abbattimento fra il 10 ed il 20 per cento del rapporto debito/PIL nel giro di due tre anni, svolgendo anche una funzione economicamente propulsiva;

in ogni modo gli impegni europei già assunti dal Paese, anche prima della recente normativa cosiddetta «fiscal compact», richiedono l'abbattimento del 50 per cento del debito in venti anni e se è vero che tale abbattimento dovrà essere operato con l'avanzo sul bilancio è anche vero che tale sforzo è assai consistente (trattandosi di circa 3 punti di PIL/anno) e dal 1992 l'obbiettivo di una riduzione in valore assoluto del debito non è mai stato colto;

rBenamati, Fioroni, Rubinato, Ginoble, Grassi, Pedoto, Viola, Fogliardi, Sanga; Pepe.. nell'attuale situazione, dunque, di elevatissima pressione fiscale e di forte recessione la strada maestra per uscire dalla crisi esta un significativo taglio del debito;

affiancare il pareggio di bilancio con l'operazione di riduzione del debito pubblico, in un percorso che veda una seria operazione di revisione della spesa e dei conti pubblici uniti ad interventi strutturali e riforme profonde appare non solo realistico ma non rinviabile, in modo da creare le condizioni per riavviare un ciclo economico positivo che favorisca la stabilizzazione e la crescita del Paese prevedendo altresì la coesione sociale -:

se i dati macroeconomici esposti in premessa siano rispondenti alle valutazioni del Governo e quali misure esso abbia in programma per attuare una significativa riduzione del debito pubblico che possa concorrere alla stabilizzazione della finanza pubblica e al contempo liberare più rapidamente risorse a favore dei cittadini e delle imprese.
 

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