LA REPUBBLICA: Il Corpo dopo la morte PDF Stampa

di GIAN LUCA FAVETTO

Dalle parole, in genere, nascono molte fantasie. Le parole in questione sono corpo, donazione, scienza. E ne sottintendono un’altra:

cadavere. Alla parola cadavere, altro che fantasie si accendono, anche paure, misteri e qualche incubo. Il cadavere è la dimostrazione incontrovertibile che esiste uno stato fisico dimostrante il “dopo”: prima sei vivo, poi non è vero che non ci sei più, ci sei eccome, ma cadavere. A questo punto, uno pensa che c’entrino Mary Shelley e Leopardi, il dottor Frankenstein e Federico Ruysch. Meglio non fantasticare, prendere il telefono e chiedere.

Tutto nasce da un pieghevole che annuncia un convegno: “Essere utili anche dopo. La donazione del corpo alla scienza”. Si svolge oggi, dalle 15, nell’aula di Anatomia della facoltà di Medicina e Chirurgia in corso Massimo D’Azeglio 52. Una mezza dozzina di relazioni e poi visita al Museo di Anatomia Umana “Luigi Rolando”. Fra patrocinatori e organizzatori si sono messi in quindici, dal Comune di Torino alla Fondazione Ariodante Fabretti, che è un centro di ricerca e documentazione sulla morte e il morire. In Italia si sa poco e si parla ancor meno di lasciare il proprio corpo alla scienza. Si crede non sia necessario lavorare sui defunti e, invece, le tecniche chirurgiche innovative hanno proprio bisogno di sperimentazione, così come i giovani specializzandi hanno bisogno di esercitarsi.

Occorrono più informazioni. Allora uno prende il telefono e chiama Lorenzo Varetto del Dipartimento di anatomia farmacologia e medicina legale dell’Università di Torino. Era responsabile dell’obitorio comunale, quando aveva sede in via Chiabrera,ora dirige il Laboratorio peno studio del cadavere istituito nel 200l. È l’organiz- zatore di questa iniziativa. Spiega: “Lo studio del cadavere finalizzato alla chirurgia è fondamentale. Quando qualcuno dona il proprio cadavere con uno scritto autografo, i chirurghi possono studiare, impratichirsi, fare esperienza, migliorarsi”.

Al suo Laboratorio, il primo e unico in Italia, in questi anni sono arrivati una decina di cadaveri. Troppo pochi. Racconta: “Pochi sanno che in tutti i paesi occidentali la donazione dei cadaveri alla scienza è molto diffusa ed esistono centri che addirittura li rifiutano perché ne hanno troppi. Da noi, invece, niente, silenzio, nessuna informazione e scarsa disponibilità. Così i nostri chirurghi emigrano per fare esperienza e affinare la loro manualità, poiché apprendere dal vivo è più utile di qualsiasi simulazione. Ma quanto si può stare all’estero? Poco. Allora il rischio è che ci si alleni sui pazienti. Avere a disposizione cadaveri per la sperimentazione chirurgica e l’attività didattica è fondamentale, è un segno di civiltà».

Si allenano in tanti su un cadavere. Passano prima gli ortopedici, e fanno arto per arto,anche trenta, quaranta interventi. Poi i neurochirurghi, che si occupano di cranio e colonna vertebrale. Poi i chirurghi toracici, gli urologi e, via via, tutte le altre specialità. Ultimi arrivano i chirurghi plastici. “Al momento è tatto organizzato in modo artigianale e volontaristico - sorride Varetto - I chirurghi prendono le ferie pervenire da noi”. E precisa: “Quando ci donano un cadavere, il funerale viene fatto normalmente. Ma, d’accordo con i familiari, il corpo arriva da noi invece che al cimitero. Noi organizziamo le sedute chirurgiche e, dopo qualche settimana, un mese o due mesi, lo restituiamo”.

Una proposta di legge in materia di donazione del corpo post mortem ai fini di studio e di ricerca scientifica giace in Parlamento da quattro anni, “Vorremmo farne ripartire l’iter. Il convegno non è riservato agli esperti, è aperto a tutti. L’idea è spiegare e far conoscere la nostra attività, sensibilizzare le istituzioni e l’opinione pubblica. Forse chi si fa cremare accetterà di metterti al servizio degli altri e si lascerà tagliuzzare dai chirurghi, in modo che questi possano sperimentare e lavorare meglio in futuro, e così favorire i prossimi pazienti. Non è un bel gesto verso la comunità?”. Vale la pena, allora, andare ad ascoltare oggi pomeriggio Filippo Castoldi e Grazia Mattutino, Elisabetta Malagoli e Désirée Boschetti, il vescovo di Ozieri Sergio Pintor e l’onorevole Gerolamo Grassi, Meo Ponte, Marco Novarino e Lorenzo Varetto. Non chiedetevi per chi parlano tutti loro,parlano anche per noi. E per i nostri figli.

 

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